Giochino del giorno:
Cosa hanno in comune Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri leader politici dei principali partiti?
Ovviamente, a prescindere dalla loro natura di esseri umani.
Aiutino: la cosa che li accomuna è la stessa che accomuna destra e sinistra.
Qualcuno potrebbe storcere il naso dopo questa affermazione, ma non c’è alcun affronto a nessuno qui.
La risposta al giochino è: l’ideologia di fondo — o meglio, il paradigma nel quale sono nati.
E con loro tutti noi, abitanti dell’epoca moderna.
Probabile che a questo punto una precisazione sul concetto di paradigma possa essere utile.
Detto in modo semplice, un paradigma è un pensiero che si pone come base del nostro pensare, cioè come modello di riferimento che struttura la realtà prima ancora di interpretarla.
È lo sfondo invisibile che delimita ciò che appare possibile, ragionevole o, d’altra parte, discutibile o impensabile.
Scegliere un paradigma significa aderire – spesso inconsapevolmente – a una certa visione del mondo, delle sue regole e delle sue finalità.
Chiarito questo, potrebbe risultare evidente che prendere un pensiero e porlo come paradigma, come base del proprio pensare, è sempre un esercizio di scelta.
E ogni scelta è dettata dalla necessità di rispondere a determinati bisogni.
A questo punto può sorgere la domanda (e se non sorge da sé, la faccio sorgere io):
Qual è allora questo paradigma che accomuna Meloni e Schlein, destra e sinistra, e tutti noi?
La risposta è piuttosto semplice:
noi tutti — nati, cresciuti e paffuti all’interno del sistema a economia industriale — abbiamo come paradigma centrale quello meccanicista.
Tutti noi, educati nel sistema industriale, abbiamo interiorizzato questo paradigma fin dalla scuola, tanto da considerarlo naturale quanto l’aria che respiriamo.
La nostra società è figlia diretta di questo modo di pensare l’universo, e sin dalla sua nascita (intorno al 1600), i fautori di questo modello — chiamati a ragione da Jeremy Rifkin gli architetti della concezione moderna del mondo (in Entropia, 2004) — partirono dalla convinzione che non si trattasse di uno dei tanti modi possibili di osservare la natura, ma dell’unico valido, poiché oggettivo, neutrale e universale.
Così venne posto il primo mattone dell’edificio concettuale della scienza moderna.
Una scienza nata in un contesto tutt’altro che neutrale o universale, ma ben preciso — e portatrice di conseguenze altrettanto precise.
Per averne un’idea, basta citare Francis Bacon, uno dei suoi primi teorizzatori, secondo il quale la scienza doveva unire sapere e potere, così da ottenere conoscenze e invenzioni che:
“non esercitano semplicemente una guida gentile sul corso della natura; esse hanno il potere di conquistarla e soggiogarla, di scuoterla fino alle fondamenta.”
Alla luce di questo, diventa più chiaro quanto sia difficile mettere in discussione un paradigma dal quale stiamo guardando il mondo.
È un po’ come quando una persona cerca gli occhiali senza accorgersi di averli già indosso.
E questi occhiali meccanicisti li indossiamo da così tanto tempo che serve uno sforzo per riabituare l’occhio a vedere senza di essi.
Per questo è difficile trovare nei mezzi d’informazione (e formazione) più diffusi un’analisi che si spinga fino a questo livello.
Basta ascoltare un dibattito politico su qualsiasi piattaforma – TV, social o streaming – per notare che il tema centrale resta la crescita economica…
Si assiste magari a uno scontro acceso sulle difficoltà che ostacolano una crescita più veloce e sostanziosa, sull’utilizzo dei fondi pubblici o sulla loro destinazione ottimale per la ripresa, ecc.
Ma mai un dialogo reale sul concetto stesso di crescita.
Maurizio Pallante lo ha espresso con grande chiarezza:
“Questo concetto della crescita, come elemento di fondo dell’economia industriale avanzata, unifica la destra e la sinistra perché entrambe le scuole di pensiero (che si sono sviluppate nell’800 e nel ‘900 in conseguenza dello sviluppo industriale) hanno ritenuto che la crescita fosse un fatto positivo.
E lo scontro è avvenuto sulla “distribuzione” della ricchezza ottenuta attraverso la crescita.
Cioè, che la torta crescesse il più possibile era un bene per tutti: si litigava su come dovessero essere distribuite le fette.”
Ecco allora spiegata l’insistenza, quasi liturgica, sul PIL da parte dei vari esponenti del governo.
Il Prodotto Interno Lordo, pur essendo stato più volte criticato per la sua inadeguatezza descrittiva, resta il grande feticcio economico.
È su questo sfondo — fatto di PIL, di crescita e, più in generale, delle leggi dell’economia capitalistica di mercato — che si muovono le diverse opinioni politiche dell’arco parlamentare.
E non potrebbe essere altrimenti, visto che quel quadro concettuale non è nato in un contesto neutrale e universale, ma in un ambito storico e geografico molto preciso: quello delle grandi potenze coloniali, che avevano tutti gli interessi a mantenere la loro posizione dominante.
Per queste potenze, il concetto di ricchezza era (ed è) intimamente legato a quello di possesso.
E oggi quelle potenze coloniali hanno semplicemente traslato la loro essenza nelle potenze multinazionali, per cui non c’è alcun incentivo a mettere in discussione le fondamenta stesse della propria esistenza.
Noam Chomsky lo sintetizza con lucidità spietata:
“Lo strumento principale del sistema di lavaggio del cervello in regime di libertà consiste nell’incoraggiare il dibattito sui problemi politici, costringendolo però entro presupposti che incorporano le dottrine fondamentali della linea ideologica ufficiale.”
In altre parole:
ci si divide, ci si indigna, si urla, si vota…
ma sempre restando dentro lo stesso recinto.
La domanda, allora, non è se stare a destra o a sinistra.
La domanda vera è:
riusciamo a immaginare un fuori?


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