1. C’era una volta…

Quanti sarebbero d’accordo a crescere un bambino abituandolo a pensare che il mondo sia come nelle favole: popolato di draghi, con nuvole di zucchero filato e alberi pronti a regalargli gelati in cambio di acqua e miele?
Un bambino cresciuto così si costruirebbe un’immagine ben definita di ciò che lo attende, soprattutto se vivesse anche in una casa in stile parco giochi, con ricostruzioni di quei draghi, di quelle nuvole e di quegli alberi.

E quanti difenderebbero ancora quella visione quando, dopo un lungo viaggio, quel bambino – ormai adulto – si trovasse davanti a una realtà molto diversa, attribuendo la delusione non alla favola stessa ma a una scelta sbagliata di strade?

Osservando la nostra società, la condizione in cui versa gran parte dell’umanità non è così distante da quella di quell’adulto cresciuto a pane e favole.
Ma da dove nasce questa tendenza a vedere il mondo così?
Con l’introduzione della visione meccanicistica della realtà – circa quattro secoli fa – e le sue profonde influenze su tutti i campi della conoscenza, abbiamo iniziato a vivere in una sorta di “paese dei balocchi” per l’immagine che abbiamo del pianeta.
Alla scoperta delle leggi che regolano l’universo, e in risposta all’oscurantismo dogmatico della Chiesa, abbiamo affermato con forza la nostra autonomia come esseri senzienti, svincolandoci dai dettami della fede.
Ma ci siamo fatti prendere la mano. Senza accorgercene, ci siamo ritrovati sulle sponde rassicuranti di un’altra fede: quella nell’infinità delle nostre capacità produttive, sostenute da un pianeta considerato un forziere inesauribile di risorse.

Se il paradigma meccanicistico è uno dei due “genitori” che hanno cresciuto il bambino a suon di favole – e pensare che l’essere umano sia riducibile a una “macchina consumaprodotti” dai bisogni infiniti è, a ben vedere, una favola piuttosto triste – l’altro genitore è il sistema capitalistico di mercato, che continua a difendere quell’immagine distorta anche quando l’adulto si scontra con la realtà.
Nonostante l’edificio capitalista abbia mostrato più volte le sue crepe – compresa la crisi attuale delle economie nazionali – sembra che gli economisti, i nuovi “guru” di questa fede, non vogliano ammettere che il problema non sia nella regolamentazione o deregolamentazione dei mercati, ma nelle fondamenta stesse del sistema.
Fondamenta che, per dirla con Shakespeare, sono fatte “della stessa sostanza dei sogni”.
E così continuiamo a raccontarci la nostra favola, difendendola con frasi come:

«No, piccolo mio. Persevera nella ricerca: i draghi esistono. Forse hai cercato nei posti sbagliati. Forse da solo è troppo difficile. Convinci i tuoi amici e, insieme, li troverete.»

Che la maggior parte degli economisti, per formazione, non integrino nei propri calcoli le condizioni che la natura impone a ogni attività umana, potrebbe anche non essere un problema… se non fosse che sono proprio loro i “gran sacerdoti” scelti dai governi come consiglieri.
E loro – e noi – inebriati dall’abbondanza di beni prodotti nell’ultimo secolo, ora, come bambini spaventati all’idea di perdere i propri giochi, fatichiamo a riaprire gli occhi e riconoscere che forse proprio quei giochi ci hanno sottratto molto.

I risvegli bruschi non piacciono a nessuno, soprattutto quando si sta sognando qualcosa di piacevole.
Ed è innegabile che, per noi – parte del mondo che ha assaporato i frutti più dolci del capitalismo – quel sistema sia stato ed è ancora una stanza piena di comodità.
Ma, come suggerito nel documentario The Corporation (Achbar, Abbott, Bakan – 2003), dovremmo fare attenzione a non confondere il senso di velocità e l’aria che ci sferza il viso con l’esperienza del volo, quando in realtà si tratta di una caduta rapida verso un rovinoso impatto al suolo.

Non intendo presentare il capitalismo come il male assoluto.
Nella storia dell’umanità si sono succeduti – e continueranno a susseguirsi – periodi in cui si sperimentano visioni del mondo, stili di vita e modelli sociali. Sono tappe naturali e formative per l’intero percorso umano.
Il punto è che, pur riconoscendo l’intenzione originaria di costruire benessere diffuso, è giunto il momento di osservare ciò che ci circonda per com’è realmente, e non con lo sguardo incantato dell’infanzia.

Abbiamo la capacità di riconoscere per tempo i segnali della realtà, prima che l’impatto violento dei nostri “solidi sogni” ci schianti al suolo.

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