C’era una volta un tempo che tornava.
Tornava con le stagioni, con i venti, con i semi.
Tornava come tornano le domande, i sogni, le rughe.
Non chiedeva di essere risparmiato, né investito.
Si donava, si apriva, ci si giocava.
Poi arrivò l’uomo della macchina,
e gli mise le ruote, al tempo.
Fu tagliato a fettine uguali.
Ogni fetta un compito. Ogni compito un dovere.
E da allora, il tempo non tornò più.
Corse.
La Terra gira. Il sangue pulsa. Le onde ritornano.
Questa ciclicità, propria della realtà che ci circonda, ha caratterizzato per millenni anche il nostro modo di vivere.
Nel nostro divenire Sapiens, abbiamo sempre vissuto immersi in una percezione ciclica degli eventi che caratterizzano la vita su questo pianeta. Eravamo una delle specie presenti e che non cercava il proprio posto nel mondo: lo viveva, con la stessa naturalezza con cui ogni altra creatura passa sulla Terra.
Oggi, se a qualsiasi persona contemporanea si chiedesse di disegnare su un foglio la Storia, quasi certamente vedremmo la matita muoversi per tracciare una linea retta: a sinistra il disporsi degli eventi del passato, a destra le speranze per ciò che verrà. Nessun cenno di ciclicità.
Eppure, la vita del singolo individuo probabilmente si adagia più correttamente sulla curva di una parabola che sulla rigidità di una linea.
Perché, allora, a un certo punto, abbiamo sostituito il cerchio con una linea dritta? Cosa avvenne che portò l’essere umano a spezzare la ciclicità e a forzare quella forma in un cammino senza ritorno?
Finché le comunità vivevano immerse nella ciclicità della natura, anche il modo in cui rappresentavano le energie che muovevano quei cicli rifletteva l’idea di ritorno. Nacquero divinità custodi degli elementi naturali, onorati con inni e rituali che scandivano il ripetersi delle stagioni. Il cielo e la terra non promettevano arrivi, ma ritorni.
Poi, a un certo punto della storia, si diffuse un’idea.
L’idea che il tempo non tornasse più, ma che scorresse verso una direzione unica: quella della salvezza, della redenzione, della fine dei tempi.
Fu così che le molteplici divinità, legate a ogni aspetto della vita e della natura, vennero sacrificate all’altare di una sola: un dio unico, creatore, che dava senso all’intera narrazione del tempo.
Con l’avvento dei monoteismi, in particolare con le religioni del libro, si affermò una narrazione lineare del tempo, fondata su un’origine unica (la creazione), un evento centrale (la rivelazione) e una fine attesa (il giudizio, o il compimento).
La ciclicità venne ridotta a memoria arcaica, superstizione, paganesimo.
L’eterno ritorno lasciò il posto alla storia della salvezza, in cammino verso un “oltre” non ciclico ma escatologico. In quel momento, il tempo smise di essere un campo in cui vivere e divenne un sentiero da percorrere.
Un sentiero tracciato da un’autorità esterna, da una volontà superiore, che assegnava un senso lineare agli eventi del mondo.
Quando l’orizzonte religioso perse la sua presa sull’immaginario collettivo, la linea retta non tornò al cerchio. Non c’era più un dio che dettasse i tempi, ma restava l’idea che la vita dovesse correre verso un traguardo. La promessa cambiò pelle: non più salvezza eterna, ma benessere materiale. Non più redenzione dell’anima, ma redenzione della condizione umana attraverso la crescita.
Così il pensiero moderno prese in eredità dalla religione l’ossatura lineare del tempo e quell’autorità esterna, quella volontà superiore, prese le sembianze di una divinità in formazione: lo sviluppo.
Un’idea tanto semplice quanto assoluta: domani deve essere più di oggi, e dopodomani più di domani.
Il traguardo non era più l’aldilà, ma un “meglio” indefinito, proiettato sempre un passo avanti.
In questo terreno, la tecnica trovò il suo habitat ideale.
Non più strumento tra altri, ma chiave per accelerare la corsa.
E non poteva non diventare lo strumento principe del pensiero meccanicista, di quel cambio di paradigma che si diffuse trasformando ogni cosa in insieme di risorse e ingranaggi.
La tecnica non restò come mezzo al servizio di un fine, ma fine in sé: il segno tangibile che il progresso era in atto. Ogni innovazione diventava una prova che la linea retta proseguiva, e che fermarsi sarebbe stato un tradimento della promessa.
Come suggeriva Jacques Ellul nella sua potente e lungimirante riflessione (La tecnica rischio del secolo, 1969), la tecnica non si limita a offrire soluzioni, ma impone una logica, un ritmo, una nuova forma di temporalità.
Accelera, e con essa accelera il tempo percepito. Porta a una concezione diversa e non consente l’esistenza di un “tempo per” ma solo di un “tempo utile”. Il tempo, da luogo di senso, diventa contenitore di prestazione. La linea retta diventa un dovere.
In molte parti del mondo, soprattutto dove la modernizzazione non ha ancora imposto la sua corsa, il tempo conserva una qualità vissuta. Non è solo misurazione, ma relazione: con la terra, con gli altri, con il ritmo dei corpi e delle stagioni. Questa forma di tempo, che non serve a produrre ma a vivere, è vista con sospetto da chi ha già ceduto alla logica dell’efficienza.
E là dove il tempo non è ancora colonizzato, si attiva un meccanismo di “correzione”: si introduce la tecnica non per rispondere a un bisogno reale, ma per sostituire una logica non conforme.
Un caso emblematico è avvenuto in alcune zone rurali dell’Africa orientale.
Gli agricoltori avevano sviluppato una tecnica agroecologica efficace: piantavano specie vegetali che attiravano gli insetti infestanti lungo il perimetro dei campi coltivati, proteggendo il frumento. Quelle stesse piante venivano poi usate come foraggio per il bestiame, creando un equilibrio tra agricoltura e allevamento. Un ciclo virtuoso, resiliente, locale.
Ma questa pratica fu contestata da alcune voci tecniche e istituzionali: mancavano le “giuste tecnologie”. In nome della modernizzazione, si propose l’adozione di sementi brevettate e pesticidi di sintesi, spesso prodotti da grandi multinazionali.
Si denunciava una presunta arretratezza, ignorando la complessità del sapere agricolo locale.
Questa dinamica ha un forte contenuto ideologico: maschera interessi economici sotto l’apparenza della razionalità tecnica. Si promuove l’ingresso di tecnologie che richiedono dipendenza da brevetti, input esterni e mercati globali, in luoghi dove esistevano già forme di equilibrio tra produzione, ambiente e tempo vissuto.
Il pensiero di Ellul permette di riconoscere questa operazione per ciò che è: non un semplice trasferimento di tecnologia, ma un processo di ridefinizione antropologica. È il tentativo di uniformare le percezioni del tempo a un unico paradigma – quello della prestazione e dell’accumulo – rendendo “moderni” i territori e le menti che ancora resistono.
In alcune parti del mondo, le persone vivono ancora il tempo in modo diverso: non come qualcosa da misurare, investire o guadagnare, ma come qualcosa da vivere. Il tempo segue i ritmi della natura, dei corpi, delle relazioni. Non è una corsa, ma una presenza.
Questo modo di vivere il tempo appare strano, a volte fastidioso, a chi ha ormai adottato l’idea che ogni minuto debba servire a produrre qualcosa. Lì dove la lentezza è ancora una virtù, alcuni vedono un problema da risolvere. Così arriva la “modernizzazione”: tecnologie, regole, sistemi pensati per rendere tutto più veloce, più efficiente, più simile ai modelli occidentali.
Ma dietro questa spinta c’è spesso un’idea nascosta: che ci sia un solo modo giusto di vivere – e che tutti debbano adeguarsi.
In realtà, molte di queste trasformazioni non nascono dal bisogno delle persone, ma dagli interessi economici di chi trae vantaggio da un mondo uniforme: dove si vendono le stesse sementi, gli stessi software, gli stessi modelli educativi.
Il pensatore Jacques Ellul ci mette in guardia: non è la tecnica in sé il problema, ma l’idea che tutto debba piegarsi alla sua logica.
Quando il tempo diventa solo uno strumento per produrre di più, perdiamo qualcosa di essenziale: la libertà di scegliere come vivere.
Ecco perché, in certi casi, dire “no” alla modernizzazione forzata non è arretratezza. È, al contrario, una forma di lucidità.
È difendere il diritto a un altro tempo possibile – più umano, più lento, più nostro. Un tempo che non corre verso un traguardo imposto, ma che torna, come tornano le stagioni, i venti, i semi.
È un tempo che, come l’onda, sa tornare. Che si dona, si apre, e ci si gioca.
Dove ogni arrivo è anche un ritorno,
e il domani non oscura mai l’oggi.


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