6. La dipendenza dell’indipendenza

A diciannove anni Marta non aveva dubbi: voleva andare a vivere da sola. Non era un capriccio, ma il naturale desiderio di indipendenza. Una stanza tutta per sé, le proprie regole, nessuno a controllare se tornasse tardi o se saltava la cena. L’idea di chiudersi la porta alle spalle e sapere che quel piccolo spazio era soltanto suo le dava un senso di conquista, di libertà adulta.

Quanto questo piccolo racconto, che potrebbe essere l’incipit dell’esperienza di moltissimi giovani della nostra società, descrive la realtà nel contesto sociale nel quale siamo? Quante Marta, o Giulia o Giacomo o Stephanie o Jürgen o Carlos hanno lo stesso tipo di esperienza e di voglia di indipendenza?
La domanda che mi pongo è a questo punto: ma questa voglia di indipendenza da quando la sentiamo?
E da quando si traduce nella necessità di vivere da soli in un appartamento?

La voglia di indipendenza viene percepita oggi come naturale, quasi biologica. Eppure, se la osserviamo da vicino, potremmo scoprire che è un desiderio coltivato più che altro culturalmente: siamo immersi in un contesto sociale nel quale quasi la totalità delle esperienze si muove attorno all’individuo e “diventare adulti” significa vivere da soli, gestire uno spazio privato, dimostrare di non aver bisogno di nessuno.
Ma la spinta a vivere soli non è sempre esistita. Per la maggior parte della storia umana, l’idea stessa sarebbe stata incomprensibile: sopravvivere significava appartenere a una comunità, condividere cibo, spazi, responsabilità.

Se guardiamo alla storia dell’Homo sapiens, la vita comunitaria ci ha caratterizzato come specie per circa 300.000 anni. La rivoluzione agricola, che ha portato alla sedentarietà e all’inizio delle gerarchie, risale a circa 12.000 anni fa: meno del 5% della nostra storia. E il capitalismo industriale, che ha radicalizzato l’individualismo moderno, ha appena 250 anni: meno dell’uno per mille.
Questo significa che il grosso del nostro cervello e dei nostri comportamenti si è formato in un contesto fatto di nomadismo, comunità piccole e paritarie, immersione nell’ecosistema.
Non sorprende, quindi, che la psicologia evolutiva parli di mismatch evoluzionistico: siamo ancora adattati a un mondo che non esiste più, e fatichiamo a vivere in questo che abbiamo costruito.

Non si tratta di rimpiangere un’ipotetica età dell’oro, né di idealizzare il passato come un tempo migliore. È piuttosto il riconoscimento che le nostre caratteristiche come specie si sono sviluppate in centinaia di migliaia di anni e che il contesto attuale – nato in un battito di ciglia sulla scala temporale dell’evoluzione – è in profondo contrasto con quella lunga eredità.

L’aspirazione a vivere da soli non è soltanto un rito di passaggio culturale: è anche un meccanismo funzionale al sistema economico. Dalla rivoluzione agricola in poi, la comunità non è mai scomparsa, ma ha iniziato a trasformarsi.
Le prime città medievali offrirono uno spazio nuovo: chi fuggiva dai vincoli feudali poteva affrancarsi, e non a caso nacque il detto “l’aria di città rende liberi.”
Con l’industrializzazione il passo ulteriore: il lavoro si separa dalla terra e dal villaggio, e il singolo diventa unità di produzione, ingranaggio della macchina. Da allora la vita urbana e il mercato hanno premiato l’individuo mobile, autosufficiente, più che il membro di una comunità.

In questo processo, il bisogno umano di socialità non è sparito, ma è stato ridotto e ricondotto dentro confini sempre più stretti. Dalla comunità estesa si è passati alla famiglia allargata, poi al nucleo ristretto. E dentro questo perimetro, l’apice della vita sociale è stato identificato con la coppia: l’amore romantico come culmine della realizzazione umana, la promessa che in due si possa colmare l’intero spettro del nostro bisogno di legami.
Ma chiedere a una sola relazione di reggere ciò che un tempo era distribuito su decine di legami è un compito impossibile. Per questo molte fragilità e frustrazioni contemporanee nascono dal mito della coppia come surrogato della comunità.

Quello che oggi chiamiamo “indipendenza” è figlio di questa lunga trasformazione: ha reso normale pensare l’abitare e la socialità come fatti individuali, privati, e non comunitari. Un individuo isolato deve comprare tutto ciò che in una comunità sarebbe condiviso: l’assistenza ai figli, la cura degli anziani, la compagnia, persino il tempo libero.
È un processo che può essere indicato come “ricomprare il villaggio”: ciò che prima era relazione diventa servizio a pagamento.

In una comunità, il valore nasceva dallo scambio reciproco: tempo, cura, competenze, presenza. Nel mondo moderno, quei gesti sono stati progressivamente monetizzati. L’aiuto tra vicini è diventato “assistenza domiciliare”, il cucinare insieme “ristorazione”, il prendersi cura dei figli “baby-sitting”. Ogni frammento della vita collettiva è stato trasformato in prestazione economica. Non abbiamo smesso di aver bisogno del villaggio — abbiamo solo imparato a comprarne i pezzi.
Il mercato ha preso il linguaggio della comunità e lo ha rivenduto, con un prezzo e una ricevuta.
Ma nessun pagamento può restituire quel senso di appartenenza che nasceva dallo stare insieme, non dal possedere.


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