Ogni mattina potrei affacciarmi alla finestra e guardare ciò che mi circonda.
Palazzi, strade, automobili, semafori, negozi, cartelloni pubblicitari, balconi con piante in vaso, antenne, condizionatori. È tutto lì, davanti ai miei occhi, e io lo riconosco immediatamente. Non devo interpretarlo: l’ho già imparato.
So cosa è “una strada”, cosa è “un palazzo”, cosa è “un quartiere”.
So che questo è un “paesaggio urbano”.
So che è normale.
Eppure, ogni tanto, mi capita di chiedermi: perché non mi sorprende?
Perché non mi meraviglio del fatto che davanti a me non ci siano distese di foreste, animali che si muovono liberi, costruzioni di argilla, di legno, di paglia?
Non sto dicendo che dovrebbero esserci foreste al posto dei palazzi.
Sto cercando di capire perché mi sembra naturale che non ci siano.
C’è qualcosa di profondamente interessante in questa naturalità.
Perché ciò che diamo per scontato, spesso, non è naturale: è diventato naturale ai nostri occhi.
Questa sensazione di normalità non nasce dal nulla.
Non è un dato originario, ma il risultato di una lunga assuefazione.
Viviamo immersi in certi stili di vita, certi paesaggi, certi ritmi, certe strutture sociali, e finiamo per percepirli come l’unico modo possibile di stare al mondo. Non perché li abbiamo scelti, ma perché ci siamo nati dentro e ci siamo adattati ad essi. E ciò a cui ci si adatta a lungo smette di sembrare una scelta.
È così che smettiamo di vedere.
Non perché siamo distratti, ma perché siamo perfettamente integrati.
Non nel senso che non guardiamo più, ma nel senso che smettiamo di interrogarci su ciò che guardiamo. Le cose non si presentano più come possibilità tra molte, ma come dati di fatto. Non come costruzioni storiche, culturali, politiche, ma come semplice “realtà”.
Questo vale per tutto:
per il modo in cui lavoriamo,
per come ci spostiamo,
per come costruiamo le città,
per come abitiamo il tempo,
per come definiamo il successo, la sicurezza, la libertà.
Ci muoviamo dentro un mondo che non solo esiste, ma che ci educa continuamente a percepirlo come inevitabile.
Henry David Thoreau, nel suo Disobbedienza Civile, aveva espresso qualcosa di molto simile quando osservava come l’essere umano finisca per credere di aver bisogno di un apparato complesso sopra di sé — uno Stato, un sistema, una macchina organizzativa — per sentire che la vita possa funzionare. Come se, senza quella struttura, tutto crollasse.
Non perché l’abbia dimostrato, ma perché è così che impariamo a sentire.
In un certo senso, ciò che ci circonda non è solo un insieme di oggetti e istituzioni. È un insieme di messaggi silenziosi che ci dicono, giorno dopo giorno:
questo è il mondo.
Questo è come funziona.
Questo è ciò che è possibile.
Quando parlo di apparato, però, non intendo solo lo Stato o le sue istituzioni formali.
Intendo qualcosa di molto più ampio e sottile: l’insieme di pratiche quotidiane, abitudini, regole implicite, linguaggi, ritmi, aspettative, premi e punizioni invisibili che ci insegnano, senza dircelo esplicitamente, come guardare il mondo.
Non è un potere che ordina. È un potere che forma.
Antonio Gramsci lo chiamava “egemonia culturale”: il modo in cui una visione del mondo diventa talmente diffusa da smettere di apparire come una visione. Non viene percepita come una prospettiva tra le altre, ma come “la realtà stessa”. Come il modo ovvio, sensato, naturale di interpretare ciò che accade.
L’egemonia non ci dice cosa pensare. Ci insegna cosa è pensabile.
Non stabilisce solo quali risposte sono accettabili, ma quali domande sono legittime. E soprattutto quali non lo sono.
È per questo che, quando immagino stili di vita radicalmente diversi da quelli che abitiamo, non mi appare semplicemente una differenza. Mi appare spesso qualcosa di ingenuo, irrealistico, fuori dal mondo. Come se fosse una fuga dalla realtà, e non un modo diverso di pensarla.
Ma la domanda, allora, non è più: quale mondo è migliore?
Diventa: perché uno mi sembra reale e l’altro mi sembra fantasioso?
A questo punto diventa forse più chiaro anche il legame con tutto ciò che ho provato a esplorare nei testi precedenti.
Quando parliamo di salute, tendiamo a ridurla a una questione di sintomi da gestire.
Quando parliamo di crisi ecologica, la riduciamo spesso a una curva da tenere sotto controllo.
Quando parliamo di benessere, lo trasformiamo in una prestazione individuale.
In tutti questi casi, accade la stessa cosa: guardiamo solo ciò che è immediatamente visibile, misurabile, gestibile, e perdiamo di vista il sistema di relazioni che produce quei segnali.
Ma c’è un altro aspetto, ancora più profondo, che tiene insieme tutto questo:
la nostra distanza dai costi reali di ciò che chiamiamo “normale”.
La realtà che abitiamo ogni giorno non si presenta solo come ovvia.
Si presenta anche come neutra.
Le strade, i palazzi, i supermercati, gli smartphone, le catene di produzione, le città illuminate, la disponibilità costante di tutto — tutto questo ci appare come semplice infrastruttura della vita moderna. Non come una scelta, ma come un dato di fatto.
Eppure, ogni elemento di questa normalità ha un costo.
Solo che, quasi sempre, non lo vediamo.
E quando viene indicato, segnalato, mostrato, quasi sempre assume la forma di una nota a piè di pagina.
Un trafiletto.
Un servizio di cronaca.
Un titolo che scorre.
Una sorta di “mitologia giornalistica”, utilizzando a modo mio un concetto di C. G. Jung: storie che ascoltiamo come narrazione, non come realtà che ci riguarda. Come se appartenessero a un altro mondo, non al nostro.
Il costo ecologico è lontano. Il costo umano è nascosto. Il costo psichico è normalizzato. Il costo relazionale è diventato invisibile.
Viviamo in una realtà costruita per proteggerci dal contatto con le conseguenze di ciò che rende possibile la nostra quotidianità.
E questa protezione non è solo materiale.
È percettiva.
Non vediamo, non sentiamo, non tocchiamo.
Non per cattiveria, ma per educazione.
E quando questi costi emergono, lo fanno solo in forma frammentaria, mai come parte integrante del mondo che abitiamo.
Le grandi aziende della Big Tech si alimentano di terre rare estratte spesso da lavoratori, anche bambini, in condizioni di sfruttamento estremo; il mondo dell’abbigliamento, soprattutto il tanto diffuso Fast Fashion, vive di fabbriche dove si lavora per lunghe ore per salari minimi, producendo capi destinati a essere scartati dopo poche settimane alimentando anche il problema dei rifiuti, sia in fase produttiva che di consumo; e persino il cibo che riempie i nostri supermercati arriva da migliaia di chilometri, lungo filiere che inquinano, mentre le monoculture e gli allevamenti intensivi distruggono foreste e avvelenano i suoli.
Siamo stati educati a vivere dentro sistemi che funzionano solo se non li guardiamo troppo a fondo. Solo se non ci fermiamo a chiederci da dove viene ciò che usiamo, chi lo rende possibile, che tipo di mondo costruisce, che tipo di relazioni consuma.
Forse, allora, la questione non è immaginare un mondo diverso.
È smettere di considerare inevitabile questo. Non per giudicarlo, ma per tornare a vederlo. Perché ciò che ci appare inevitabile è spesso solo ciò a cui ci siamo abituati.
E ciò a cui ci abituiamo troppo a lungo smette di sembrarci costruito. Diventa naturale, ovvio, necessario.
Eppure, nulla di ciò che vediamo ogni mattina affacciandoci alla finestra è neutro.
Non lo sono le forme delle città.
Non lo sono i ritmi delle nostre giornate.
Non lo sono le tecnologie che usiamo.
Non lo sono i paesaggi che sostituiscono altri paesaggi.
Tutto questo racconta una storia.
Solo che non siamo più abituati ad ascoltarla.
Forse, allora, la vera domanda non è se questo mondo sia giusto o sbagliato.
Ma perché ci sembra l’unico possibile.
E forse, prima ancora di cercare alternative, dovremmo imparare a fare qualcosa di più semplice e più difficile:
tornare a stupirci di ciò che chiamiamo normale.
Non per fuggire dalla realtà, ma per rientrarci davvero.
Perché solo ciò che smette di sembrarci ovvio può tornare a parlarci.
E solo ciò che torna a parlarci può, forse, essere trasformato.


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