9. Fosfato e nulla più

Uno dei luoghi con il più alto tasso di obesità e diabete al mondo è una piccola isola del Pacifico grande poco più di venti chilometri quadrati.

Gran parte del cibo arriva da fuori, spesso sotto forma di prodotti industriali e ad alta densità calorica: carni lavorate, noodles istantanei, bevande zuccherate. L’isola dipende oggi fortemente dalle importazioni alimentari e ha perduto gran parte della possibilità di produrre il proprio cibo.
Eppure, osservando meglio la sua storia, emerge qualcosa difficile da ignorare.
Per molto tempo quell’isola fu rigogliosa. Una popolazione relativamente piccola viveva di pesca, di coltivazioni locali e delle risorse offerte dal proprio ecosistema. Come per molte comunità umane, la sua esistenza era necessariamente intrecciata ai limiti e alle possibilità del luogo in cui viveva.

Poi, a un certo punto della storia, quello stesso luogo iniziò ad essere osservato con occhi diversi.

Sotto la superficie della terra si trovava un enorme deposito di fosfato, risorsa preziosa per la produzione di fertilizzanti. All’inizio del Novecento cominciò l’estrazione su scala industriale e, per decenni, quella minuscola isola contribuì così alla fertilità di campi lontani, in particolare in Australia e in Nuova Zelanda. Ma mentre il fosfato lasciava l’isola per sostenere la produzione alimentare altrove, il territorio dal quale veniva estratto era progressivamente scavato, consumato e trasformato.

L’isola si chiama Nauru.

Oggi gran parte del suo territorio interno è stata resa inutilizzabile dall’attività mineraria. L’ecosistema che aveva sostenuto per secoli la popolazione locale è stato profondamente alterato da un processo di estrazione iniziato durante il dominio coloniale e proseguito per gran parte del Novecento.

C’è qualcosa di profondamente dissonante in questa storia: un territorio viene scavato per aumentare la capacità di produrre cibo a migliaia di chilometri di distanza e, alla fine del processo, chi abita quel territorio si ritrova a dipendere dal cibo prodotto altrove.
Com’è possibile che un luogo che ha contribuito alla fertilità dei campi di altri paesi abbia perduto gran parte della capacità di nutrire sé stesso?
E soprattutto: Nauru è davvero un’eccezione?

Squillino le trombe capitaliste

A questo punto sembrerebbe tutto piuttosto semplice.
C’è una risorsa. Qualcuno scopre che la può trasformare in merce. La estrae, la vende, produce ricchezza e, quando quella risorsa comincia a scarseggiare, si sposta altrove. Nel frattempo ciò che rimane — un territorio devastato, una popolazione divenuta dipendente dall’esterno, un ecosistema compromesso — finisce nella lunga colonna di ciò che l’economia chiama “esternalità”.
Squillino dunque le trombe: ecco il capitalismo.

Eppure fermarsi qui significherebbe osservare soltanto la parte più evidente del problema.
Perché prima ancora di poter scavare Nauru è stato necessario poterla vedere come qualcosa da scavare. Vedere un ecosistema e isolare da esso una risorsa: separare il fosfato dalla terra che lo contiene, quella terra dalle forme di vita che sostiene, quelle forme di vita dalle persone che da quel territorio dipendono. Trasformare infine tutto questo in quantità: tonnellate estraibili, costi, rendimenti, prezzi.
Il capitalismo non inventa questo sguardo dal nulla. Ne diventa una delle più potenti traduzioni materiali.
A Nauru, quello sguardo ha fatto una cosa estremamente concreta: ha trasformato un territorio abitato in una riserva di risorsa destinata ad altri territori.
Ma se il capitalismo è il nome che diamo al sistema, rimane una domanda.

Ma chi le suona, quelle trombe?

È rassicurante pensare al capitalismo come a qualcosa che accade altrove. Una miniera scavata dall’altra parte del mondo. Una multinazionale senza volto. Un consiglio di amministrazione che decide quanto estrarre, quanto produrre, dove spostare una fabbrica.
Noi, dall’altra parte, compriamo una maglietta, accendiamo un telefono, chiediamo qualcosa a un’intelligenza artificiale. Azioni piccole, quotidiane, apparentemente complete in sé stesse.
Eppure nessuna di esse comincia davvero dove comincia per noi.
Dietro una maglietta ci sono un campo, acqua, energia, persone, navi, strade. Dietro uno schermo, miniere, metalli, cavi sottomarini. Dietro una risposta apparentemente immateriale, edifici, semiconduttori, acqua, territori.
Noi però incontriamo soltanto l’ultimo anello della catena. La maglietta sullo scaffale. Il telefono nella mano. La risposta che compare sullo schermo.

Più complesso diventa il mondo necessario a soddisfare i nostri desideri, più semplice diventa per noi il gesto con cui li soddisfiamo.
Desideriamo qualcosa. La cerchiamo. Premiamo un pulsante. Paghiamo.
Tra il desiderio e la sua soddisfazione sembra non esserci quasi nulla. Eppure, dall’altra parte di quel gesto, può esserci mezzo mondo.
È in questa sproporzione che si annida una parte della nostra cecità. La complessità necessaria a produrre ciò che consumiamo cresce proprio mentre scompare dal nostro campo percettivo.
Non occorre che qualcuno nasconda deliberatamente quel mondo. È sufficiente che la nostra esperienza quotidiana ce ne consegni soltanto il risultato.

Quanto costa?

Di fronte a questa complessità, il nostro sistema possiede già una risposta. Anzi, ce la fornisce continuamente.
Un numero.
Il prezzo è probabilmente una delle informazioni che osserviamo con maggiore attenzione quando desideriamo qualcosa. Ci dice se possiamo permettercelo, ci permette di confrontarlo con qualcos’altro, traduce oggetti e servizi completamente diversi in una misura comune.
Una maglietta costa dieci euro. Un telefono mille. Un volo cinquanta. Una domanda rivolta a un’intelligenza artificiale può sembrarci persino gratuita.

Eppure nessuno di questi numeri ci racconta quale mondo abbia reso possibile ciò che stiamo acquistando. Il prezzo non mostra il campo in cui è stato coltivato il cotone, l’acqua utilizzata, chi lo ha raccolto. Non porta impressa la miniera da cui provengono i metalli di un telefono. Non ci permette di vedere l’atmosfera dietro un biglietto aereo, né l’energia e l’acqua necessarie perché una risposta compaia sullo schermo.
Non perché qualcuno abbia deciso di nasconderceli. Semplicemente, il prezzo non serve a questo.
Nel nostro sistema economico serve, tra le altre cose, a rendere beni e servizi commensurabili nello scambio. Ed è straordinariamente efficace nel farlo: comprime una realtà fatta di territori, materiali, energia, lavoro, tempo e relazioni dentro una quantità confrontabile con un’altra quantità.
Una complessità enorme diventa un numero.

Il problema non è la riduzione. Senza riduzioni e astrazioni sarebbe impossibile orientarci nella complessità. Il problema comincia quando dimentichiamo che quella riduzione è, appunto, una riduzione. Quando il prezzo smette di essere uno strumento attraverso cui osserviamo una parte della realtà e diventa la realtà stessa attraverso cui impariamo a guardare ciò che ci circonda.
Ciò che non entra nella misura non cessa di esistere. Semplicemente rischia di cessare di contare.

Un bosco può allora diventare metri cubi di legname. Un fiume, una quantità d’acqua disponibile. Un giacimento, tonnellate di minerale estraibile. Un’ora della nostra vita, costo del lavoro.
E un’isola può diventare fosfato.
Ho già provato, altrove, a seguire alcune delle radici di questo sguardo: quella lunga trasformazione culturale che ci ha abituati a pensare il mondo scomponendolo nelle sue parti, fino a rischiare di perdere di vista le relazioni che permettono a quelle parti di esistere.

Nauru racconta quel che accade quando quello sguardo diventa azione.
Ma sarebbe troppo facile chiudere la storia lasciando Nauru nel Pacifico.

Perché ogni giorno compiamo gesti resi possibili da reti di relazioni che non vediamo. Compriamo, utilizziamo, consumiamo, ci spostiamo, comunichiamo. E quasi sempre incontriamo soltanto l’ultimo frammento di processi che attraversano territori, corpi, ecosistemi e generazioni.
Non possiamo conoscerli tutti. Probabilmente nessuno potrebbe.
Ma forse il problema non è sapere tutto.
È aver smesso di domandare.

Non stiamo soltanto consumando risorse o trasformando ecosistemi. Rischiamo di perdere l’abitudine a cercare le relazioni nelle quali le nostre azioni prendono forma. E quando quelle relazioni scompaiono dal nostro sguardo, anche le conseguenze dei nostri gesti possono apparirci come qualcosa che accade altrove, a qualcun altro, oppure in un futuro abbastanza lontano da non riguardarci.
Nauru ci offre il privilegio inquietante di poter osservare tutto questo concentrato nello spazio di una piccola isola.
Altrove la stessa trama è semplicemente più grande. Più complessa. Più dispersa.
E quindi più difficile da vedere.

Forse recuperare qualcosa non significa allora conoscere ogni passaggio, ricostruire ogni filiera o trasformare ogni gesto quotidiano in un esercizio di colpa. Potrebbe significare qualcosa di molto più semplice: tornare ad essere curiosi.
Fermarsi, ogni tanto, davanti a ciò che ci appare normale e chiedersi:
quale mondo rende possibile questo gesto?


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